Pranzi da re firmati "Nicola Ranieri" di Sergio Spina
Cuoco
Un economista italiano di rara intuizione, volendo cercare un parametro insolito per misurare lo sviluppo economico "emergente", decise nel 1983 di usare come strumento la Guida Michelin. Come?
Andando a ricercare, negli ultimi anni, comparse e scomparse delle famose Stelle Michelin, che stabiliscono la riuscita di un ristorante. Se là, dove prima non c'era, spuntava una stella Michelin ciò voleva dire che in quel luogo era nato un polo industriale, era sorta un'iniziativa imprenditoriale di grande respiro, si stavano gettando le basi dello sviluppo economico. Viceversa laddove la stella veniva tolta (qualche volta succede, magari con deplorevoli ritardi, ma succede) ciò stava a significare, il più delle volte, l'inaridirsi del boom, l'inizio di una crisi economica.
Il sistema di giudizio, indubbiamente originale, ha dato risultati positivi e statisticamente validi, ma probabilmente minori (di numero) e non definitivamente probanti di quanto lo sarebbero potuti essere usando uno strumento più completo di quanto non sia la Guida Michelin, sulla quale molti degli operatori gastronomici italiani hanno a che ridire (non foss'altro per il fatto che gli esperti della Guida Michelin fanno dello stato igienico delle toilettes un elemento determinante per il giudizio di valore anche gastronomico di un ristorante: lungi da noi sottovalutare l'importanza dell'igiene e anche, perché no?, della signorilità delle toilettes, ma scambiare la fine con il principio ci sembra un po' troppo).
Se avesse preso in esame, oltre alla Michelin, la Guida dell'Espresso, quella di Veronelli, di Panorama, del Touring Club ecc. ecc. si sarebbe accorto che la sua equazione: buona cucina = sviluppo economico, poteva avere una brillante conferma in Val di Sangro (dove era sorta la prima creatura di Nicola Ranieri).
O forse una smentita?!
Perché qui è da stabilire se è nato prima "l'uomo" o la gallina. La Taverna Ranieri era meritevole degli encomii che sudavano esternandole da anni la maggior parte dei gastronomi italiani prima dell'arrivo della Honda in Val di Sangro (che ha dato un po' il via all'industrializzazione di questa zona)?
E cioè Lanciano è stata scelta dai dirigenti industriali per la bontà della sua cucina come zona favorevole agli insediamenti industriali (si sa che i dirigenti devono consumare pranzi d'affari leggeri ma prelibati)? O non piuttosto Nicola Ranieri ha dovuto migliorare la sua cucina in vista dell'invasione dei dirigenti industriali di cui sopra (quelli dei pranzi leggeri e prelibati)?
Noi propendiamo per la prima ipotesi.
Scherzi a parte, c'è una singolare osmosi tra la Val di Sangro e Lanciano, tra la Val di Sangro e Nicola Ranieri.
Perché Lanciano è un po' borgo e un po' capitale (sono note le sue dispute con Chieti per quale delle due città dovesse diventare capitale di provincia). D'altronde capitale della Frentania lo era già al tempo della Repubblica Romana, e come tale ricchissima, opima.
Spazio colonna
Nonché obbligato centro di tutti i commerci tra la sponda adriatica e Roma. Ne è valida testimonianza, sugli altri insigni monumenti romani, il superbo ponte sulla valle della Pietrosa, dedicato alla Divinità di Diocleziano; un'opera architettonica talmente grandiosa e ardita che poteva essere giustificata soltanto da una viabilità intensa ed economicamente fruttuosa. Vennero poi le invasioni, dai barbari ai bizantini ai franchi finché Lanciano non ritrovò la sua vocazione di grande crocevia commerciale diventando la Fiera più importante del Meridione e tenace concorrente della Fiera di Senigallia che incanalava i commerci della zona Centro-Orientale d'Italia.
Nel vocabolario della Crusca è registrato lo scherzoso motto: "tu non giungeresti a tempo alla fiera di Lanciano, che dura un anno e tre dì".
Cosa c'entra, direte, la storia di Lanciano con Nicola Ranieri.
C'entra perché ci cape! C'entra perché è impensabile un Nicola Ranieri chiuso nel ristretto ambito del suo locale, preoccupato solo e soltanto del suo "particolare".
Quando creò il suo primo ristorante, la Taverna Ranieri, si impegnò, con successo, a farlo diventare un crocevia di interessi culturali, di iniziative promozionali eno-gastronomiche per far conoscere la cucina abruzzese in Italia e nel mondo intero (Nicola Ranieri è responsabile di memorabili iniziative in giro per l'Universo abitato e non mi meraviglierei di venire a sapere, un giorno o l'altro, che egli è il primo ristoratore sbarcato su Marte, latore di un messaggio eno-gastronomico ai colleghi marziani!).
Ma non bisogna dimenticare che Nicola Ranieri alla sua terra è legato da un affetto profondo, incommensurabile: dopo aver girato in lungo e in largo l'orbe terracqueo non poteva che essere l'Abruzzo il luogo d'elezione per realizzare il suo sogno. L'Abruzzo trampolino di lancio per la "irresistibile ascesa di Nicola Ranieri" (parafrasando Bertolt Brecht). E' da qui che Nicola Ranieri si è lanciato infatti alla conquista gastronomica del mondo, dal Giappone all'Africa, dalla Germania alle Americhe, un forsennato carosello per propagandare la cucina della sua regione. "Abruzzo ùber alles" sembra il suo motto: e al seguito delle sue iniziative le paste alimentari, i vini, l'olio d'oliva, i dolci, i formaggi, la cucina d'Abruzzo si stanno spandendo nel mondo.
Riconosco in Nicola Ranieri la grande abilità di "saper far cucina con quello che in cucina si trova". Le sue ricette sono relativamente semplici, accomunate da una caratteristica molto interessante per tutti: ingredienti "possibili", usati con parsimonia e con filosofia. Anche gli accostamenti inconsueti sono tra quelli "probabili", cioè tra quelli passibili di stuzzicare, di meravigliare, di sorprendere, ma giammai di shockare, di urtare, di sconvolgere. Qui non troverete ricette della "nouvelle cuisine", ma una "nouvelle facon" di trattare la cucina tradizionale.